Blade Runner
Non riesco a comprendere il motivo per cui questo film, che rientrerebbe comunque nella categoria dei film di azione, poco propensi quindi a scatenare particolari emozioni, susciti in me una passione cosi forte. E’ strano, non dovrebbe!
Posso certo comprendere un interesse, anche notevole, per la particolare struttura della trama: una sorta di poliziesco in una cornice, un substrato di fantascienza combinata ad una storia dolce. Attrazione che ho provato anche verso altri bellissimi action-movie, ovvero i film diretti da Nolan, ovvero Batman begins e Il cavaliere oscuro.
Ma non è questo l’elemento decisivo, c’è qualcos’altro che giustifica la “luccicanza”: credo che la squisitezza e l’originalità di questo film sia rappresentata dalla contaminazione fra un contesto di fantascienza ed elementi ad esso “estranei”. In primis, la poesia: essa (credo caso unico nella cinematografia) è portata dal leader dei “cattivi”, una macchina da guerra con un animo poetico, persino con slanci di sentimentalismo, l’esempio primario e più evidente di come tutti i personaggi siano strutturati variamente, con delle sfumature. Perfino l’eroe positivo presenta dei lati oscuri.
Chi mai potrebbe pensare che un film che tratta della ricerca di un gruppo di androidi ribelli si concluda con il celeberrimo monologo? Se in un mondo futuro grigio e polveroso dove scende perpetuamente, rabbiosa e raggelante, pioggia acida, un androide dalla proveninenza ignota, dalla natura ibrida, che si trova a combattere e vivere in un mondo nuovo non proprio, riesce, in punto di morte, a ricordare i momenti della sua vita, ad abbandonarsi ai ricordi con uno slancio di poesia e immergersi nei suoi sentimenti, perché non dovremmo abbandonarci anche noi ad essi? Questo monologo non può forse esserci da monito? Non può farci capire che la vera strada da percorrere non si trova in carte di credito sempre più capienti, ma è dentro di noi? Dentro i nostri valori e sentimenti? Forse, quando in futuro vedremo un extracomunitario in un barcone stretto tra altri mille suoi amici, e lo espelleremo dal nostro paese, lui ci dirà: “Ho visto cose che voi italiani non potreste immaginarvi, ho visto una nave piena di donne e bambine lasciata al largo della Sicilia”, e allora capiremo che abbiamo percorso la strada sbagliata, le carte di credito sono stracolme ma in un mondo arido e vuoto.
La storia si svolge in un futuro lontano e in una Los Angeles oscura e disordinata. Il poliziotto Deckard (Harrison Ford), dell’unità Blade Runner, viene richiamato in servizio. Il suo compito è l’eliminazione di esemplari insubordinati di “replicanti”, androidi destinati al lavoro nelle colonie spaziali. Quattro di loro, Roy Batty, Leon, Zora e Pris, hanno raggiunto la Terra per tentare di infiltrarsi nelle industrie che li fabbricano, la Tyrell Corporation. Facendo ciò, mettono a serio pericolo la propria esistenza; quindi il vero motivo del gesto è di difficile spiegazione. I replicanti sono identici agli esseri umani, tranne che per la durata limitata della loro esistenza e per l’apparente incapacità di provare sentimenti. Solo dopo qualche anno potranno sviluppare dei sentimenti propri, ed è su questo, cioè sulla capacità o meno di provare emozioni, che si basa il test Voigt-Kampff, con cui Deckard indentifica in Rachel (Sean Young), collaboratrice di Tyrell, una replicante inconsapevole della propria vera natura. Deckard si pone sulle tracce di replicanti da “ritirare”, ovvero uccidere, eliminando per prima la spogliarellista Zora (Joanna Cassidy). È però Rachel a salvarlo da Leon, mentre Pres (Daryl Hannah) si installa a casa di un ricercatore (il quale è affetto dalla malattia dell’invecchiamento precoce, perciò vive solo e dimenticato da tutti) per convincerlo a portare lei e Batty (Rutger Hauer) dal Boss, loro creatore. L’incontro non ha esito felice: i due replicanti apprendono che non c’è modo di prolungare la loro esistenza, era questo il motivo della loro venuta sulla terra, sia ben chiara una cosa bella: l’attaccamento alla vita. Gli umani, invece, sembrano non apprezzarla, spesso non ci accorgiamo della bellezza delle cose che ci circondano. Deckard li raggiunge nel loro nascondiglio e, “ritirata” Pris, affronta Batty in un duello spietato. Salvato in extremis dal suo stesso avversario un attimo prima che questi muoia (mentre nelle edizioni del 1992 e del 2007, il lieto fine, imposto al regista, è editato). Deckard recupera Rachel e fugge con lei lontano dalla città.
I personaggi del film sono amari e presentano una notevole differenza: mentre gli umani sono tristi e deboli, sia fisicamente che mentalmente, nel senso che essi vivono lontano dall’apprezzare appieno la bellezza della vita (come si potrebbe altrimenti spiegare la loro non ribellione a vivere in un mondo in cui regnano sovrane la pioggia e il buio?), i Replicanti invece, simbolo ottimo di potenza e beltà, possiedono un maggiore attaccamento verso la vita, la amano a tal punto da metterla a repentaglio per cercare un utlimo modo per poterla prolungare. Così, mentre gli umani vivono tutti il solitudine, immersi nella caos della città multiculturale e sovrappopolata, ma in realtà soli con sé stessi, i Replicanti hanno maggiore capacità di aggregazione e cercano le emozioni, i ricordi, cioè chi possiede un qualcosa per quanto grande esso sia come il bene della vita, non se ne accorge, se ne dimentica e si lascia stancamente morire.
Mino100

